Giornalisti russi assassinati: perchè i 3 erano in Centrafrica?

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Il mistero della presenza russa in Africa Centrale – di Giannicola Saldutti

Le ambizioni strategiche di Mosca sul Continente Nero si intrecciano con il caso di tre giornalisti uccisi

Il ritorno da protagonista della Russia nei giochi della politica internazionale è tuttora il fiore all’occhiello del dominio ventennale di Vladimir Putin sul Cremlino.

Le ambizioni strategiche di Mosca, su scala mondiale, cominciano a manifestarsi in maniera sempre più evidente.

L’intervento in Siria ufficializzato qualche anno fa sembra costituire “solo” la chiave di volta di una strategia precisa, frutto di una decisione altrettanto ragionata: restaurare, nel limite del possibile ed assecondando le contingenze di questa nuova fase storica, la sfera di influenza che fu dell’Unione Sovietica in Asia Centrale, Africa e Sud America, approfittando dei “vuoti” lasciati da un Occidente sempre più impegnato non senza difficoltà su diversi fronti.

Faustin-Archange Touadéra (presidente della Repubblica Centrafricana) e Vladimir Putin

I giornalisti russi assassinati

A far cadere i riflettori sulle manovre russe un avvenimento di cronaca accaduto circa due settimane fa nella Repubblica Centrafricana che ha tenuto non poco impegnati i media di Mosca ed il Ministero degli Esteri: un giornalista d’inchiesta e la sua troupe, tutti e tre cittadini russi, sono stati assassinati il giorno 31 luglio verso le ore 19 mentre viaggiavano a bordo di un 4×4 all’altezza del chilometro 24 della strada provinciale nei pressi della cittadina di Sibut in direzione di Dekoa.

L’autista di nazionalità centrafricana risulta essere l’unico superstite. Le autorità di Sibut avevano avvertito, secondo fonti locali, i tre della pericolosità di aggirarsi senza scorta di notte sulla rotta in questione.

Il reporter – peraltro piuttosto noto in Patria – Orchan Džemal, l’operatore Kirill Radčenko ed il regista Aleksandr Rastorguev sono stati uccisi da svariati colpi d’arma da fuoco sparati da un posto di blocco composto da uomini non identificati, a volto coperto e parlanti la lingua araba, secondo quanto riportato dall’autista sopravvissuto.

La regione di Kemo è notoriamente controllata dal gruppo islamista integralista dei Seleka, la fazione paramilitare più potente di tutto il Paese e che sta arrecando problemi ai piani del presidente centrafricano Faustine Archange Touadèra, eletto nel 2016 a capo di uno dei Paesi con il Pil tra i più bassi del mondo, disperatamente carente in quanto ad infrastrutture e sviluppo umano, martoriato all’interno da una guerra civile foraggiata da apparenti motivi religiosi, con un’altissima percentuale di abitanti di fede cristiana perseguitati.

Il gruppo viaggiava, secondo fonti locali, con circa 8mila dollari con sé oltre a trasportare costose videocamere, il che lascia paventare l’ipotesi di un omicidio portato a termine da predoni al solo di fine di derubare gli effetti personali.

Nonostante ciò, però, la dinamica dell’incidente ed i rilievi sui corpi fanno pensare ad un agguato in piena regola, teso allo scopo di sbarazzarsi di tre presenze probabilmente scomode, così come riportato dal portale PalmaresCentrafrique.com.

Perché i tre erano in Centrafrica?

Il motivo del viaggio dei tre (atterrati tre giorni prima nella capitale Bangui) in Repubblica Centrafricana è ancora ufficialmente ignoto.

Secondo quanto riportato dal Moskovskij Komsomolec, alcuni conoscenti di Rastorguev hanno rivelato che il regista stava lavorando ad un docufilm sulle attività di alcune compagnie militari private russe presenti nel Paese in seguito agli accordi stipulati nell’ottobre del 2016 a Sochi da Touadèra ed il Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: la Repubblica Centrafricana ha chiesto aiuto alla Russia per stabilizzare militarmente una situazione molto complessa, Mosca ha risposto promettendo forniture d’armi e 170 istruttori “civili” russi al servizio delle forze militari centrafricane.

Secondo quanto riportato dal portale Jeune Afrique le forniture russe comprenderebbero 900 pistole Makarov,  5200 Kalashnikov, 140 fucili di precisione, 270 armi anti-carro del tipo RPG ed una ventina di sistemi di contraerea portatili.

La volontà di insediarsi direttamente nel cuore del continente africano sarebbe frutto di una precisa strategia geopolitica, che vede la Russia voler ristabilire una linea di influenza che dall’Egitto arriva fino all’Angola, tagliando il continente passando dal Sudan e, indubbiamente, anche dalla Repubblica Centrafricana.

I rapporti bilaterali tra i due Paesi sono stati dichiarati aperti nel 1960, con l’indipendenza ottenuta da Bangui nei confronti della Francia, forza colonizzatrice ancora oggi vista con occhi ostili.

L’Urss non perse tempo nel costruire una notevole sfera di influenza in aperta opposizione a quella del blocco americano, addentrandosi materialmente negli apparati dei Paesi appena resisi indipendenti.

Contractors russi nel Continente nero?

Non è chiaro cosa il Ministero degli Esteri russo, in riferimento alla nota ufficiale rilasciata, intenda per istruttori “civili”, una formula alquanto nebulosa e, per certi versi, contradditoria. Ad oggi, questo ruolo sembra sia stata assegnato alla Wagner, una potente compagnia militare privata russa con una presenza già accertata sia nel Donbass che in Siria, nonché in Sudan.

Secondo diverse fonti, i giornalisti uccisi sarebbero stati attirati dalle voci sulla presenza di gruppi di contractors russi nella Repubblica Centrafricana con un possibile quartier generale proprio nelle vicinanze della città di Sibut.

Diversi siti di intelligence hanno riportato la geolocalizzazione di un accampamento militare attivo (montato nella notte tra il 21 ed il 22 di febbraio) nei pressi del vecchio palazzo presidenziale di Bangui che fu del sanguinario dittatore Jean-Bèdel Bokassa, al potere fino al 1979.

Le foto delle esercitazioni militari pubblicate sul profilo Facebook del Presidente Touadèra sembrano fugare gli ultimi dubbi: gli equipaggiamenti militari dell’esercito centrafricano sono rigorosamente “made in Russia”, così come i camion militari Ural-4320, mentre le esercitazioni erano guidate da uomini in divisa, di etnia caucasica e senza insegne ufficiali.

La Wagner è guidata da Dmitrij Utkin, un ufficiale “in riserva” dell’esercito russo, fino al 2013 comandante del 700esimo distaccamento della seconda brigata del Gru.

Nel 2016 Utkin venne ufficialmente insignito con l’ordine al Coraggio tramite una cerimonia avvenuta al Cremlino in presenza di Putin (con tanto di fotografia apparse in rete).

Nel novembre del 2017 Utkin si è inserito nel mondo dell’imprenditoria diventando direttore generale della Concord Manadgement&Consulting, la compagnia che gestisce le imprese di Evgenij Prigožin, famoso imprenditore pietroburghese attivo nell’ambito della ristorazione, conosciuto negli ambienti come il “cuoco di Putin”, nonché vincitore di molti appalti statali nel settore delle mense scolastiche.

I legami finanziari tra Prigožin e la Wagner, in Russia, vengono dati per certi: Prigožin rappresenterebbe l’anello di congiunzione tra il Cremlino ed il direttivo della compagnia di mercenari tra le più potenti del mondo.

L’interesse russo in Africa

Sebbene sia impossibile stabilire chi ha assalito ed ucciso la troupe russa e per quale vero motivo lo abbia fatto, l’intuizione dei tre giornalisti era senz’altro fondata: la Russia agisce utilizzando canali non ufficiali in regioni remote servendosi di compagnie private per ristabilire un ordine che sembrava ormai irrimediabilmente perduto.

Ma se la geopolitica ha una sua importanza, le ragioni economiche non sono da meno: alcune fonti francesi hanno riportato un certo interesse dei suddetti mercenari russi per l’attività estrattiva nelle miniere di oro, diamanti ed uranio della Repubblica Centrafricana , specialmente a nord-est del Paese presso il confine con il Sudan. 

Influenza politica unita allo sfruttamento economico: per Putin ed il suo establishment, i risvolti offerti da questa nebulosa faccenda potrebbero rivelarsi incredibilmente proficui. Fonte: interris

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